Quanto tempo trascorriamo scrollando il nostro smartphone?

Marina Casini • 19 marzo 2025

Quanto tempo trascorriamo scrollando il nostro smartphone?

Ormai è un'abitudine così radicata in noi che ci è quasi impossibile controllarla: passiamo quelli che sembrano pochi minuti guardando passivamente cosa le pagine principali dei nostri social hanno da offrirci, spesso navigando tra un'app e l'altra proprio come una volta facevamo con lo zapping alla tv. Solo che con il cellulare tra le mani il tempo sembra più scomparire che volare: lo sblocchiamo “per un attimo” e, non sappiamo come, sono passati quaranta minuti.


È più forte di noi: sentiamo il compulsivo bisogno di controllare le notifiche anche quando nessuno ci ha scritto. Abbiamo la perenne sensazione di starci perdendo qualcosa mentre si è lontani dal mondo virtuale e non possiamo fare a meno di essere continuamente connessi.


E quante energie consumiamo per leggere messaggi e commenti, pensare a come rispondere! Perché sui social cerchiamo di mostrarci sempre al nostro apice: brillanti, positivi, intelligenti e felici. Eppure, questo mondo non è reale. Allora, a cosa siamo connessi davvero? Internet e il suo accesso sempre a portata di mano ci rendono partecipi di un flusso – che a volte sembra più un turbine – continuo di informazioni, ma anche di aspettative e paragoni. Sui social troviamo uno spazio senza filtri oppure che di altri filtri abusa, creando un mondo vicinissimo al nostro eppure impossibile da raggiungere e a cui arranchiamo per adeguarci.


Con questo, non voglio puntare il dito contro il web designandolo come nemico giurato, anzi; i nostri smartphone sono anche strumento di conoscenza, connessioni e opportunità. Il segreto, come in tutte le cose, sta nel riuscire a trovare il giusto equilibrio. Non c'è niente di male nel guardare per un po' i propri social, ma pensate quanto rivoluzionario sarebbe destinare anche solo parte di quel tempo a qualcos'altro: sorridiamo e mettiamo like a una foto di un tramonto sul mare, quando potremmo raggiungere quello stesso panorama mozzafiato con qualche minuto di camminata; oppure potremmo immergere la mente in mondi sì fittizi, ma meno virtuali come quelli dei libri – avventure, storie d'amore ma anche saggi, approfondimenti che possano riempire il nostro cuore e la nostra mente.


Ancora, quel tempo potrebbe essere usato per coltivare una passione, che sia nuova o riscoperta! E se vi sentite davvero dei ribelli, potreste addirittura lasciare accesso alla noia. Avete capito bene: quei momenti che si riempiono di nulla, in cui la nostra mente si spegne e il nostro corpo trova una pausa nelle giornate frenetiche che caratterizzano la nostra società possono diventare un valore aggiunto. Una vera e propria sensazionale riscoperta del tempo lento. Provate a rifletterci, la prossima volta che vi troverete ad aggiornare ancora e ancora la vostra dashboard perché non avete ancora trovato qualcosa di abbastanza interessante da catturare la vostra attenzione. Poi provate ad alzare lo sguardo e guardare la realtà che vi circonda. Chissà che non troviate qualcosa di nuovo senza scrollare ancora la home del vostro cellulare.

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Le giornate si accorciano, la luce cambia colore, l'estate si chiude alle spalle. Molte persone in questo periodo notano qualcosa di diverso in sé: più stanchezza, un po' di malinconia senza un motivo preciso, meno voglia di fare. Non è un'impressione, né un segno di debolezza. È il modo in cui corpo e mente rispondono a un cambiamento reale. Cosa succede quando cambia la stagione Il nostro organismo segue ritmi regolati in gran parte dalla luce. Quando le ore di sole diminuiscono, cambia l'equilibrio tra gli ormoni che regolano sonno ed energia, e con esso il tono dell'umore. A questo si aggiunge un aspetto psicologico spesso sottovalutato: l'autunno è anche un passaggio simbolico. Si chiude la parentesi delle vacanze, riprendono impegni e responsabilità, e a volte riaffiorano pensieri che d'estate eravamo riusciti a tenere a distanza. Chi ha già attraversato periodi di umore basso, chi vive un momento di stress o chi tende a chiudersi in sé può sentire questo passaggio in modo più intenso. Ascoltare invece di combattere La prima cosa utile non è "reagire", ma accorgersi. Dormo peggio? Sono più irritabile? Ho meno appetito o, al contrario, cerco consolazione nel cibo? Notare questi segnali senza giudicarli ci permette di rispondere con cura, invece che con l'ennesima richiesta di "essere più forti". Qualche attenzione concreta può fare la differenza: Cercare la luce : una passeggiata nelle ore centrali della giornata vale più di quanto sembri. Proteggere i ritmi : orari regolari per sonno e pasti aiutano il corpo ad adattarsi. Muoversi : non serve la palestra, basta un'attività che si riesca a mantenere. Non isolarsi : la tentazione di chiudersi in casa è forte, ma le relazioni sono uno dei fattori più protettivi per l'umore. Concedersi tempo di qualità : qualcosa di piacevole, scelto per sé e non per dovere. Stare nel presente Le pratiche di consapevolezza, come la mindfulness, possono aiutare a stare in contatto con ciò che proviamo senza esserne travolti. Accogliere la malinconia autunnale, invece di combatterla, spesso la rende più leggera. Ogni stagione porta qualcosa: l'autunno, per esempio, invita al raccoglimento, a rallentare, a fare il punto. Quando chiedere aiuto Un po' di calo in questo periodo è normale. Se però tristezza, stanchezza o perdita di interesse durano per settimane, peggiorano o iniziano a pesare sul lavoro, sulle relazioni e sulla vita quotidiana, è importante parlarne con un professionista. Esiste una forma di depressione legata alle stagioni, riconosciuta e trattabile, e non va vissuta in silenzio. Il cambio di stagione può essere un momento delicato, ma anche un'occasione per ascoltarsi un po' di più. Come la natura, anche noi abbiamo bisogno di tempo per adattarci. E concederselo è già un modo di prendersi cura di sé.
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Viviamo in un’epoca in cui la parola d'ordine sembra essere "performance". Ci svegliamo già in debito con il tempo, rincorrendo scadenze che si rigenerano non appena barrate sulla lista. Ma in questa corsa frenetica tra ufficio, impegni e notifiche, sorge una domanda spontanea: stiamo davvero vivendo o stiamo solo amministrando delle urgenze? La trappola della "falsa produttività" Dal punto di vista psicologico, l'affanno costante crea un cortocircuito pericoloso. Quando la nostra giornata è una successione ininterrotta di doveri, il cervello entra in modalità sopravvivenza. In questo stato, il sistema nervoso è inondato di cortisolo — l'ormone dello stress — mentre la dopamina, quel neurotrasmettitore legato al piacere e alla ricompensa, latita. Paradossalmente, pensiamo che finire quel report o incastrare l'ennesima commissione ci farà sentire meglio, ma è un'illusione. È una "rincorsa vuota": non c'è soddisfazione reale nel tagliare il traguardo se il traguardo si sposta ogni giorno più in là. Il corpo che grida, la mente che tace Il primo a pagare il conto è il rapporto con la nostra fisicità. Lo sport, che dovrebbe essere una valvola di sfogo, diventa spesso l'ennesimo impegno "da incastrare", finendo per essere sacrificato. Così, ci ritroviamo chiusi in una mente iperattiva dentro un corpo che ristagna. Mancare l'appuntamento con se stessi non è solo una questione di pigrizia; è una forma di auto-negazione. Quando smettiamo di ascoltare i nostri bisogni primari — il movimento, il silenzio, il semplice "stare" — perdiamo il contatto con la nostra identità. Non siamo più persone, ma funzioni. Come uscirne? Riconquistare il proprio tempo non è un lusso, è una necessità biologica. Non si tratta di aggiungere un'ora di palestra a una giornata già satura, ma di: * Riscoprire il valore del "No": Proteggere i propri confini è il primo atto di salute mentale. * Abbassare il volume dell'urgenza: Chiedersi onestamente: "Cosa succede se lo faccio domani?". Spesso, la risposta è: "Nulla". * Cercare la dopamina sana: Quella che deriva da una passeggiata senza telefono, da un hobby "inutile" o dal puro piacere di non fare nulla. Smettere di correre non significa restare indietro, ma assicurarsi di avere ancora fiato per godersi il panorama quando finalmente decideremo di fermarci. Perché la verità è che, a forza di rincorrere il domani, rischiamo di non abitare mai l'unico tempo che ci appartiene davvero: ora.
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